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03 luglio 2022

ARI NON E' RESPONSABILE DELLE INFORMAZIONI PUBBLICATE SU QUESTA PAGINA, IL CUI CONTENUTO E' AUTONOMAMENTE GESTITO DALL'ORGANIZZATORE DELL'EVENTO.

Il Giro dell'Etna - Ciclopedalata

Distanza

100 km

Dislivello

1000 metri

Dove

Trecastagni (CT)

Contatti

3476658786
E-mail

Partenza

08:00 - 08:45

Omologazione

cp/ARI

100 km

Servizi

Iscrizioni

dal 01/06/22 al 01/07/22

Quota di iscrizione

Online: 18.00 €
Online Soci ARI: 16.20 €
Il giorno del brevetto: 25.00 €

Pacco Gara ai primi 100 iscritti

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Dedicato a chi verrà a trovarci

Ogni paese etneo ha sviluppato nel tempo delle caratteristiche distintive. Le vicende sociali e i fatti economici hanno inevitabilmente segnato il profilo delle comunità, anche quando si trovano a pochi chilometri l'una dall'altra. Proviamo quindi a realizzare un breve tour nei nostri centri storici alla ricerca dei particolari che svelano le identità locali.
Prima tappa: Nicolosi. Un aspetto salta subito agli occhi. Nella pianta urbanistica della “Porta dell'Etna” non ci sono grandi edifici antichi. Certo ci sono i palazzetti novecenteschi di via Garibaldi, ma quella che era una bassa distesa di case in pietra lavica nel Settecento e nell'Ottocento non poteva trasformarsi successivamente in qualcosa di molto diverso. Del resto di cosa si viveva a Nicolosi in quei secoli. I cronisti ci raccontano della presenza di molti pastori e di raccoglitori di ginestre. Perchè era così preziosa la legna del tipico arbusto etneo? Semplicemente era molto richiesta dai panettieri del tempo che consideravano i rami della ginestra il combustibile perfetto per avviare i forni. Ma anche i testimoni della formidabile eruzione del 1669 non dedicano molto spazio alle distruzioni subite da Nicolosi, perchè in realtà poco c'era da distruggere in quel povero borgo. Circa un secolo dopo il paese però era non soltanto risorto, ma aveva iniziato un cammino che oggi ancora lo caratterizza: quello di centro turistico. Proprio così, nel 1770 quando arriva Patrick Brydone e visita l'Etna si appoggia ad una guida di Nicolosi, soprannominato “il Ciclope”, che gli fa compiere l'ascesa verso la vetta. La stessa cosa fa il grande poeta e scrittore tedesco Goethe nel suo viaggio in Sicilia. Gli alberghi che ormai da decenni sono sorti nel centro e nella periferia della “Porta dell'Etna” non fanno quindi altro che esaltare una caratteristica che il centro del versante meridionale aveva già acquisito due secoli e mezzo fa. Poco importa che non ci fossero aristocratici pronti a costruire ricche residenze che dessero lustro al sito. Tutti i viaggiatori sapevano che per scalare l'Etna occorreva andare a Nicolosi, e lì immancabilmente si recavano.
Spostandosi appena più in là, Pedara offre una situazione ben diversa. Tralasciando la discussione sull'origine del nome ( l'ipotesi più credibile mi sembra quella che fa risalire la denominazione del paese a “lapidara”, ovvero il posto degli artigiani della pietra), qui i tratti caratteristici sono ben diversi. A Pedara è intrigante andare alla ricerca dei segni lasciati da Don Diego Pappalardo: fu il personaggio chiave del paese nel Seicento, capace di organizzare un citatissimo tentativo di deviazione della colata nel 1669 e di dare il via alla ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1693. Uomo di chiesa e imprenditore, cavaliere di Malta in ottimi rapporti con i Principi di Trecastagni, Don Diego ha lasciato un segno fortissimo nella centro in cui visse. Basti pensare che la sua appartenenza all'ordine dei cavalieri di Malta, significò inserire Pedara nel contesto internazionale in cui operava l'Ordine militare sovrano, che in quel periodo governava -fra l'altro- anche lo stesso strategico arcipelago. Opera di Don Diego è anche la ricostruzione della Chiesa Madre di Pedara, dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, iniziativa che impegnò risorse della comunità locale per circa una decina di anni dopo il 1693. All'interno dell'imponente edificio si trova proprio il ritratto dell'intraprendente frate, che a un certo punto non esitò a entrare in contrasto anche con il vescovo di Catania, Riggio, quando vide minacciata la sua attività di esportatore -proprio verso Malta- della preziosa neve dell'Etna. In effetti Pedara dal 1641 era stata infeudata e sottoposta, come baronia, al principe di Trecastagni, ma in realtà proprio negli anni di Don Diego (che morirà nel 1710) assunse un ruolo di sostanziale preminenza e indipendenza. Per avere la rappresentazione anche visiva di questo straordinario personaggio vale la pena andare a cercare nella sagrestia della Chiesa Madre il grande dipinto che raffigura il cavaliere di Malta: Don Diego posa in abiti da ecclesiastico e nella parte alta a destra si scorge la curiosa figura di un servitore di colore. Si tratta di uno schiavo, che i cavalieri dell'Ordine militare avevano probabilmente liberato nel corso di uno scontro con i turchi e che Don Diego portò evidentemente come cameriere nel suo palazzo di Pedara. Nelle immediate vicinanza della chiesa di Santa Caterina è facile rintracciare gli edifici che evidenziano il grado di ricchezza raggiunto dal paese a partire da quel periodo: il palazzo appunto di Don Diego che venne ampliato dagli eredi del frate, il palazzo Papardo-Corvaja con sontuoso portale in pietra lavica e pietra bianca (in Corso Ara di Giove) e il palazzo Pulvirenti, divenuto di proprietà comunale e adibito a varie attività culturali. Trecastagni ha una storia ancora diversa da raccontare. Qui tutto è stato incentrato per secoli intorno alle vigne e al vino. Il paese di questo viveva e i borghesi che facevano fortuna con le campagne inevitabilmente andavano a costruire un palazzotto (con sottostante cantina) lungo la strada che da Catania, dalla salita dei saponari, arrivava sino al santuario dei Fratelli Martiri. Come scrivevamo, a Trecastagni aveva sede il principato che si formò con l'acquisto del titolo da parte di una ricca famiglia messinese, i Di Giovanni, i cui vari rappresentanti vi fecero costruire un palazzo (purtroppo per noi da tempo inagibile) e sostennero l'edificazione sulla collina del mulino a vento del convento dei padri Riformati. Non ci sono però altre rilevanti presenze aristocratiche a Trecastagni, né la storiografia locale ci consegna vicende paragonabili a quella di Don Diego. Per capire i tratti salienti di questa comunità basta percorrere Corso Vittorio Emanuele e poi Corso Sicilia: il cuore di quella che è stata dal 1641 sino all'inizio dell'Ottocento la popolosa “capitale” del feudo dei Di Giovanni. Gli edifici di quello che era l'asse portante della cittadina, interrotto dal Largo dei Bianchi allora centro della vita sociale, evidenziano la presenza di una solida borghesia produttiva, che esternava in maniera contenuta il benessere raggiunto, senza strafare e mettendo insieme la residenza signorile con le cantine in cui conservare il prezioso vino. Un ambiente del resto che lo scrittore Ercole Patti seppe descrivere in diversi suoi scritti, in particolare nel romanzo “La cugina”, dove si racconta della vita dei possidenti di Trecastagni, fra sopralluoghi alle varie vigne e serate al Circolo dei Civili. Vero simbolo architettonico del paese è certamente la chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari, che per secoli restò l'unica parrocchia di un vasto territorio che comprendeva anche l'attuale territorio di Zafferana Etnea, mentre il Santuario dedicato ai fratelli Alfio, Filandelfo e Cirino ha rappresentato sin dal 1500 il cuore della religiosità popolare, come testimoniano gli oltre mille ex voto esposti nel museo parrocchiale.
Raggiungiamo a questo punto la città del miele per l'ultima tappa del nostro breve viaggio attraverso i paesi del versante meridionale dell'Etna. Come abbiamo appena accennato Zafferana, o meglio la Zafarana come veniva chiamata nell'Ottocento, è il centro più recente, fra quelli che abbiamo fin qui visitato. La piccola comunità che si era insediata in quelle zone dovette impegnarsi duiramente per trovare la sua via verso l'autonomia, dopo l'abolizione della feudalità nel 1812. Il riscatto avvenne ai danni appunto di Trecastagni e di Aci S.Antonio, centri che dovettero cedere pezzi di territorio in conseguenza di un Regio decreto del settembre 1826. Zafferana quindi nasce “soltanto” all'inizio dell'Ottocento quando Trecastagni era già importante “casale” di Catania da almeno tre secoli e “capitale” del feudo da quasi 200 anni. La relativa modernità di Zafferana si percepisce bene dall'assenza di rilevanti edifici storici (complici anche i terremoti che hanno colpito il centro etneo nel 1818 e nel 1984). Alle origini dell'insediamento viene tradizionalmente posto il priorato benedettino di San Giacomo realizzato nei pressi di Piano dell'Acqua, di cui è rimasta una costruzione in pietra lavica e che rimase attivo nel corso del Sedicesimo secolo. Di certo nel Settecento la zona di Zafferana ebbe una sua prima chiesa, i cui fedeli dovettero sostenere già una prima complessa battaglia con l'arcipretura di San Nicola di Trecastagni per avere la possibilità di ricevere i sacramenti sul posto. La popolazione doveva comunque avere certamente una sua consistenza, tanto da essere riuscita ad ottenere la processione del velo di S.Agata, quando nel 1792 la lava si presentò alle porte del paese, dove oggi si può vedere (proprio all'altezza della rotonda di ingresso) l'altarino realizzato nel 1861 dall'amministrazione comunale in onore di Santa Maria della Provvidenza. Insomma le vicende della Zafarana e i reperti che ancora è possibile osservare nei luoghi danno l'idea di una comunità che, non avendo importanti posizioni patrimoniali pregresse, né consolidate presenze nobiliari, ha saputo evolversi probabilmente in maniera più dinamica, sapendo cogliere le opportunità offerte in tempi recenti sia nel settore dell'agricoltura, che del turismo.

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