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lunedì 30 marzo, 2020

Barbara Toscano, testimonianza di operatori in prima linea spesso dimenticati

Guido le ambulanze, sono un’umile autista soccorritore

Barbara Toscano, testimonianza di operatori in prima linea spesso dimenticati

Non sono un medico. Non sono un’infermiera. Guido le ambulanze, sono un’umile autista soccorritore dal 2014. Ne ho viste e vissute tante di situazioni inimmaginabili, ma non è mai stato così difficile fare il mio lavoro come oggi. Il telefono squilla di continuo, gli ospedali non sanno più che pesci pigliare, la sanità è impazzita, le persone sono terrorizzate. E’ il caos.
Mi alzo tutte le mattine pensando che oggi potrebbe toccare a me e tra una quindicina di giorni accusare i primi sintomi. Mi metto la mascherina e cerco di mantenere le distanze, da tutti, anche dai miei colleghi.
Ci sentiamo trattati come l’ultimo gradino della scala gerarchica sanitaria, ma quando è ora di evacuare interi reparti chiamano noi.
Lunedì scorso abbiamo spostato diciotto pazienti da una struttura all’altra, gli ospedali stanno rivoluzionando i loro reparti per creare posti letto strettamente adibiti ai COVID-19.
Gli infetti non gravi vengono dimessi e noi li riportiamo a casa dove proseguiranno il periodo d’isolamento domiciliare. Ci dicono solamente: <<Bardatevi, è un positivo>>.
Ci guardiamo negli occhi, pieni d’ansia e di timore. Usiamo guanti, mascherine, occhiali e i camici che abbiamo o quelli che ci vengono forniti direttamente dal presidio ospedaliero per svolgere il servizio, ma quasi mai si tratta del kit necessario per proteggersi veramente da questa bestia: non ne hanno per loro, figuratevi se ce li danno a noi.
Un’infermiera mi vede con una mascherina FFP3 e mi dice: “E quella dove l’hai trovata? Beata te!”.
Sì, è vero, è una mascherina FFP3, quella col filtro e i “controcazzi”. Peccato che la utilizzo ormai da una settimana o forse più, sempre la stessa; credo che abbia espletato la sua funzione ampiamente e adesso non è altro che una cupola fastidiosa che mi toglie il respiro e mi fa prudere la faccia tanto che vorrei strapparmela.
Hai paura di avvicinarti, persino di rivolgere la parola al povero malcapitato, per non parlare di toccarlo, sollevarlo, aiutarlo a vestirsi o a mettersi a letto. Poi ti ricordi che lì davanti a te c’è un essere umano, non un bacillo di peste bubbonica e torni ad essere un po’ più te stesso.
Cerchi di fare il tuo lavoro al meglio e di trattarlo esattamente come lo tratteresti se non fosse infetto.
O se non lo sapessi. Già, perché il più delle volte non lo sappiamo di avere a che fare con persone positive e le dovute precauzioni non le prendiamo. Non possiamo permetterci di “sprecare” dispositivi per la protezione individuale, dobbiamo indossarli esclusivamente per i casi conclamati. E viviamo nel dubbio.
Un caso sospetto oggi, di questi tempi, è un caso certo domani.
Torni a casa e ti senti sudicio. Hai corso tutto il giorno, senza sosta. Non hai avuto nemmeno il tempo per fermarti a mangiare qualcosa, andare in bagno, riprendere fiato dietro quella mascherina soffocante. Divorato dalla suggestione ormai ti senti malato anche tu, il virus è dentro di te, latente, e aspetta solo il momento migliore per manifestarsi. Ma non ci badi più, ti affidi al destino, così come ti ci affidi quando in piena notte la centrale ti manda su di un caso sospetto e lo senti tossire al terzo piano dal piano terra.
Padre e figlio con tosse forte e febbre alta, lei che non sa cosa fare, noi che non possiamo entrare.
Leggi negli occhi delle persone la paura dell’ignoto, la paura di essere destinato ad una fine soffocata dalla solitudine, senza poter abbracciare i propri cari.
Vedi i tuoi pazienti, quelli che tre volte a settimana porti a far la dialisi, avanti e indietro, diffidenti ed impauriti. Li vedi ammalarsi improvvisamente, peggiorare velocemente e poi…andarsene senza fare rumore. Ne abbiamo già persi tanti così. Il virus sta girando e per pazienti come loro, fragili e

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