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Racconti

giovedì 21 luglio, 2016

PBP Paris - Brest - Paris 2015 l'Olimpiade dei randonneurs

La follia ha tanti volti. Anche il mio.

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Magny-Les-Hameau, campagna parigina. Alla finestra vedo solo acqua battente e in me il freddo del temporale. L’arena è vicina, senza badare al meteo mi ci lancerò presto. Che dirà il mio corpo in quei giorni?
In quel monolocale attendo di affrontare la sfida che un bieco direttore di giornale sportivo lanciò nel 1891: cavalcare la bici da Parigi a Brest, toccare l’oceano nel punto più occidentale della Francia e tornare alla Ville Lumière, il tutto in meno di novanta ore per dare pepe alla tenzone. Dalla stanza alla reception, salire e scendere non mi aiuta a sciogliere quella strana noia agitata. “Che sia l’ultimo dettaglio, voglio finirla coi preparativi!” Non esiste antidoto, se non iniziare a pedalare.
La tensione sale, la concentrazione è a mille e un benevolo “killer instinct” sta montando dentro. Non lascerò particolari al caso lungo la corsa, tutto votato al risultato finale, senza sconti, con quella “cattiveria sana” dettata dalla determinazione a raggiungere il culmine di un anno di sforzi. Qui confluiranno folli esperienze notturne in bici, occasioni in cui il corpo ha rasentato l’estremo, piccole malizie per preservare energie il più a lungo possibile.
Essere all’Olimpiade delle randonnées richiede tutto ciò. I sensi dilatati al massimo, a livelli non richiesti dal quotidiano. L’adrenalina, droga naturale, inizierà a scorrere nelle vene e acuirà ogni dettaglio, illuminerà (quasi) ogni attimo di quelle notti semi-insonni. Testa comanda, fisico risponde, tutt’e due assecondati da quel fantastico clima bretone-parigino. 

Un lungo serpentone di velocipedi avanzerà verso l’Atlantico: una “rolling tower of Babel” come qualcuno l’ha chiamata, il mondo che parla la lingua comune del ciclismo durante questa sfida rinnovata dall’Audax Club Parisien. Mi sembra di vivere un sogno.
Audax, ossia audace. E’ la giapponese minuta e grintosa a bordo della sua prestigiosa Masi, made in Milan. Ma lo è anche il greco che pedalerà a testa alta a fianco del gigante tedesco. Il russo san pietroburghese con maglia cirillica Stella del Baltico affronterà la sua notte bianca. Il sudafricano guarderà quei due pupazzi al manubrio per caricarsi pensando ai figli a casa. Audace è il randonneur dell’Alaska e il suo ‘vicino’ della Kamchatka, pensavo esistesse solo a Risiko. Lo è il gigante bulgaro Tzezo di due metri e tre centimetri che incrocerò sorridente ai controlli. O il suo connazionale Georgi, oramai di stanza a Washington D.C. e ancora nostalgico delle origini.
Audaci sono gli italianissimi Piero e Graziano con i quali scherzare e farsi forza e sentire che la bandiera è qualcosa di più che tre colori affiancati. E il francese Alain che ha scalato un ottomila. L’ucraino di Odessa, il basco-spagnolo, il serbo e il bosniaco, tutti con la loro storia, ciclistica e non. Lo è l’indonesiano con il quale tento di comunicare senza riuscirvi, che rimane al di là del muro della lingua e della fatica.
Audax è il mio ispiratore, nonché compagno di rando, Stefano. È ‘colpa’ sua se sono finito in questo ‘giro’. E al traguardo ci giungeremo insieme.
Quel serpentone è composto da donne e uomini di tutte le età, dai 18 agli 84 anni, che si sono misurati in un cammino comune di avvicinamento e che si lanceranno nel vuoto della prova finale con il solo paracadute della loro preparazione
Il velodromo di Saint Quentin en Yvelines sonnecchia al nostro arrivo. Apparente calma prima del grande evento. Ash e Lax, indiani, hanno sorriso smagliante e gran determinazione. Giunti giorni prima da lontano puntano a smaltire il jet leg anche se forse in gara non servirà sapere quando dormire. Si susseguono gli arrivi di ciclisti in visita a questa temporanea Mecca mondiale delle due ruote.

Versailles è a pochi passi, la tour Eiffel a qualche pedalata in più, sarebbe bello percorrere i Campi Elisi in bici come i grandi del Tour. E invece lunghe camminate tra Notre Dame e il Beaubourg, dai mercati di Les Halles al Louvre, tra i giardini delle Tuileries e la Gare d’Orsay. Si respira aria di tolleranza e buon gusto. Niente fa presagire quanto avverrà solo tre mesi dopo al Bataclan e nel resto della città. Rispetto delle regole e buoni servizi pubblici sembrano favorire la convivenza e vedere tante giovani e numerose famiglie francesi mette fiducia nel futuro.
Al sabato è stretta finale, rendez-vous al velodromo per il controllo-bici. Conosco Bill, vissuto e non proprio smilzo randonneur californiano. Rivedo gli indiani, e già l’atmosfera si fa più familiare in quel grande incrocio di esistenze. Due benevoles, volontari in maglia viola, mi scrutano la bici e annuiscono. Luci a posto, tutto ancorato al corpo centrale. Inizia la trafila delle code al velodromo, ritiro del carnet di viaggio, del gilet riflettente notturno, della targhetta da bici e di un documento di identità per entrare ed uscire dalla zona gara. Benvenuti nel magnifico mondo della super randonnée!
Al pomeriggio prova di carico, giro di una quarantina di chilometri per assaggiare le côtes, splendidi saliscendi immersi nel bosco, un omaggio d’obbligo al monumento a Jacques Anquetil, cinque tour de France nel carnet. Quel giorno Saint Quentin si anima eccezionalmente di ciclisti ed accompagnatori, seimila partenti, seimila storie diverse che si intrecciano in un’esperienza breve ed intensa. Entrare in un velodromo non è cosa da tutti i giorni, fa sognare di arrivarci percorrendo un ultimo giro tra l’ovazione della folla, a mo’ di finale di Parigi-Roubaix. E’ il preludio del giorno della partenza, dello sciogliersi dei nodi, del vis-à-vis con la corsa senza più estenuanti separés. Da buoni italiani la sera prima prepariamo una pasta abbondante da portarci in bici, più per il suo valore simbolico che per quello calorico. Qualche panino e qualche barretta di scorta li teniamo in caso di supercrisi.
La mattina della domenica arriviamo trafelati all’ora della foto di gruppo italiana. Non siamo gli unici “quasi in orario”, tra il folto gruppo di italici ritroviamo amici già incrociati ai brevetti, tante donne coraggiosissime, due temerari, Alberto e Simone, con bici d’epoca a scatto fisso e luce all’acetilene, un supertosto Mirco con la sua handbike, i compagni di squadra della SAV carichi più che mai, i campioni nazionali con la maglia iridata. Dopo quel bagno di folla mattutino cerchiamo un luogo tranquillo per l’ultimo pranzo con relax prima della battaglia. Individuiamo un parco-giochi in una zona residenziale adiacente per incamerare energie per la prima notte. Riposo e tensione convivono e convivranno per giorni, il trucco sta tutto nel dosaggio che la mente saprà creare tra queste due situazioni.
Alle quattro del pomeriggio fuoco alle polveri, parte il gruppo A, quelli che scommettono di farcela in meno di ottanta ore. Via via a scaglioni, contraddistinti da lettere, partiremo a gruppi di circa trecento persone. Preceduti da moto e auto del rigoroso servizio di controllo i corridori iniziano a sgranarsi lungo il percorso in una fila lunga centinaia di chilometri. Ci mischiamo al secondo chilometro tra la folla parigina che tripudia gli atleti. Portiamo anche noi tutti i segni di riconoscimento, sul casco e sulla bici, che tradiscono inevitabilmente la nostra imminente dipartita e quindi, seppur ancora spettatori, veniamo già omaggiati di complimenti e di incoraggiamenti.
Partire è già una vittoria, quella di essersi imbarcati in una gigantesca sfida a misurare le nostre forze e i nostri limiti. Ci portiamo alla zona velodromo pronti ad affrontare gli step dell’attesa per lo start delle sette serali, gruppo N. A fianco a noi idiomi diversi, pelli di tanti colori, maglie con ogni bandiera. I mezzi più strani (tandem, tricicli, siluri, bici reclinate e bici ellittiche e così via) sono partiti alle cinque e un quarto, inizieremo a ritrovarli più tardi. Entriamo nei cancelli come tori prima della corrida e, dopo la partenza del gruppo precedente, ci attestiamo sulla linea di partenza con tanto di speaker e musiche che caricano. Il corpo è agitato, la testa tesa.
Countdown iniziale e … VIA! Primi metri quasi camminando per dipanare quel groviglio, poi la prima curva e la grande folla giubilante per qualche chilometro. L’aria è fresca, il clima sorprendentemente favorevole e, pare, lo sarà anche per i giorni successivi. Indosso due maglie da bici, quella della nazionale in vista, io che non sono un tipo freddoloso. Ho sperato nei giorni precedenti in un tempo fresco a metà tra la pioggia forte e il sole caldo, “tra piog e so” come dice il cugino Carlo. Sembro essere esaudito perché già dalle prime pedalate provo ottime sensazioni di rollare nel gruppo a buone velocità. “Forse esagero” mi dico spesso, sono pronto ad abbassamenti di temperatura grazie ad un bagaglio generoso, un po’ meno a piogge reiterate e freddo.
“Que sera sera, whatever will be will be” come recita la canzone. Perdo e ritrovo l’amico Stefano, una costante di tutta la corsa. Scambio qualche battuta con Aleksej, balbettante san pietroburghese che incrocerò in più occasioni. Nel frattempo non perdo d’occhio tombini, marciapiedi, spartitraffico, asfalto umido, ciclisti sopravanzanti ed altri procedenti a rilento, automobili, moto, abitanti dei villaggi che salutano. La carreggiata si fa spesso stretta, cadere è un attimo e così pregiudicare mesi e mesi di preparazione. I chilometri iniziano a scorrere anche se dopo circa tre ore il computer si oscura, le luci si accendono e indosso il gilet di sicurezza.
La strada spesso sale, e scende, sale, e scende. Côtes dolci, le gambe le assaporano con gusto, è puro piacere di andare in bici al fresco. Speriamo perduri … intanto c’è! Sul tragitto incrocio mille colossi, tanto che mi sento stranamente normale, io quasi due metri e un quintale d’uomo, tra quel fiorire di giganti, molti del nord, che trovo sulla rotta per Brest. Verso il centesimo chilometro primi approcci con i banchetti auto-organizzati dalle splendide famiglie lungo il percorso. Caffè, the, brodo, plumcake, acqua, tanto tanto calore per accogliere ogni singola persona che si ferma, cosa che è considerata un privilegio. Donne, uomini, ragazzini, tutti indaffarati a tener dietro a quel susseguirsi di sportivi.
Già ai primi chilometri inizio a vedere ciclisti fermi, chi per una riparazione, chi per assestare il bagaglio, chi per bisogni, chi dopo non molto già per dormire lungo il ciglio della strada. In questa fase più che in altre tento di capire il ritmo giusto da tenere e cerco maniacalmente conforto nell’osservare le targhette degli altri per notare se guadagno o perdo posizioni. La sensazione è di stare girando bene. La prima notte passano molti treni su rotaie immaginarie … ogni gruppo in partenza ha la sua testa di ponte e quando questi mi recuperano cerco di coglierne la scia per un tratto più o meno lungo anche se chiaramente sono destinato ad abbandonarli per non forzare. La strada è disseminata di oggetti di tutte le fogge, luci, batterie, barrette, camere d’aria, occhiali i più frequenti, tanto che si potrebbe creare un banchetto con tutto il ben di Dio che si vede in giro in questa prima fase di assestamento.
Il gruppo scorre tra un tripudio di folla, che fa sentire eroe ogni singolo avventuriero della PBP, non importa se si è tra i velocissimi rouleurs in avanscoperta o negli ultimi dall’andatura meno allegra, dopo ore o giorni dal primo passaggio. Anche io passo e vedere bambini che cercano il cinque a mano tesa lungo la strada mi da una carica infinita. Do e cedo energia, sorrido e saluto, finché ce ne ho. E sembra di avercene sempre. Ritroverò alcune persone ancora al loro posto dopo due giorni, le rivedrò a un ristoro, su un muretto, a una finestra. Allucinazione o realtà? Temo proprio che sia tutto vero.

Ai 140 chilometri arrivo al primo ristoro senza controllo a Mortagne-au-Perche, all’esterno friggono salamelle, dentro al self c’è già coda. Riempio l’acqua e mi copro per affrontare la parte più fredda della notte. Voglio evitare strappi muscolari o dolori alle articolazioni e tutta quell’umidità nei boschi francesi va in qualche modo bloccata. Il traffico è molto ridotto, i gruppi proseguono quasi incontrastati occupando a volte l’intera carreggiata salvo poi magicamente rientrare al comparire di un veicolo. La notte è la notte, con quel suo silenzio e il rollio delle catene, i fari più o meno potenti, i catarifrangenti, gli sguardi un po’ attenti e un po’ assorti, i pensieri che vagano tra le fasi rem.
A 220 chilometri sono quasi le cinque di mattina quando arriviamo a Villaines-la-Juhel, primo controllo. Grande affollamento di bici, serve un bel colpo d’occhio per capire dove lasciare il mezzo in posizione favorevole. Passo il transponder che fa suonare i sensori all’entrata del punto di controllo, fuori la carta di viaggio per il secondo timbro per ulteriore verifica manuale, dopo quello al chilometro zero, apposto dal sorridente volontario al controllo. Tre ore di tempo in tasca, un buon margine, posso investirne un po’ senza sprecarne per mangiare la pasta preparata e per riposare le membra. Ogni volta ripartire è storia graduale, i muscoli chiedono sempre riscaldamento e a volte dello stretching per non indurirsi troppo. Spunta il primo mattino, le luci si spengono, man mano mi svesto. Faccio i calcoli sul prossimo passaggio da rispettare, tranches da ottanta chilometri e quindi quattro/cinque ore soste comprese.
Parte la colazione con i primi croissants alle boulangeries locali, un caffè offerto è ancora più buono, e via alla volta di Fougeres. In questo tratto conosco due sudafricani, anch’essi ben stazzati, Gideon ed Ernst, con i quali scambio sensazioni, esperienze comuni per arrivare a questa PBP. La bici non dà problemi meccanici salvo che la ruota posteriore pare in vena di ondeggiamenti. Che si senta felice di danzare verso le strade di Bretagna? Va richiamata all’ordine per questo eccesso di giocosità. Scongiurato il pericolo di un raggio rotto, al controllo di Fougeres approfitto del servizio meccanico e lì incontro Antonio, il campione italiano in carica, alle prese con un problema più serio. Spendo un’ora per far visionare il guasto ma questo riporta la “danzatrice” nell’alveo di una più monotona e redditizia scorrevolezza. Ho pensato prima al mezzo che a me, un buon segno di freschezza. “Inalo” un buon panino jambon e fromage e mi scolo un litro e mezzo di acqua minerale per reintegrare.
Ripartiamo a mezzogiorno alla volta di Tinteniac. La giornata è abbastanza fresca, i villaggi francesi scorrono con le loro sagome grigiastre e gli animi più colorati che mai dei festosi abitanti. Sono ancora in “territorio ciclisticamente conosciuto”, ossia una distanza già percorsa, eppure la testa pensa già a quella parte di inconnu che affronteremo domani, il territorio oltre i 600. Il tratto fino a Tinteniac è breve, il più breve, e relativamente tranquillo. Ad un supermercato ci riempiamo per bene di cibarie. L’idea è condivisa da parecchi ciclisti, tedeschi in primis, che mantengono la promessa di un giornale locale, quella di rappresentare anche una risorsa per il territorio attraversato. Lungo la strada trovo ovunque bici appese con decorazioni floreali, bici giganti, bici con gag ironiche stile “Il pescatore di tonni di Brest vi sta attendendo” o cartelli inneggianti all’idolo di paese che sta prendendo parte alla corsa. Di qui è passato il Tour de France giusto un paio di mesi fa. La passione per la bici è palpabile e chi ci va non può non capirlo e farsene forza. E’ curioso anche notare tra le bici dei partecipanti orientali una serie di marche buffe tipo la Cimarello o la Tifosi che richiamano l’Italian style e che allietano il morale lungo il percorso.
A Tinteniac mangio solo un panino e bevo acqua minerale. Incrocio Mirco in handbike, giusto il tempo di un saluto fugace, lui è sempre in posizione da apripista rispetto a me. Timbro, riempimento borracce e preparazione sali, panni stesi a prender aria e un breve riposino. Inizia a diventare un piccolo rituale quell’approccio al punto di ristoro. Nel pomeriggio ci portiamo verso Loudeac e, su un tratto in piano, incrociamo il primo corridore già sulla via del ritorno. Va come un motorino, è impressionante vederlo passare con una leggerezza e una potenza fuori dal normale. Dopo circa venti minuti arriva anche il gruppone degli inseguitori, anch’essi di buon passo ma agevolati dalla possibilità di alternarsi nello sforzo.
Sono le 7 di sera, sono trascorse le prime 24 ore. Guardo il Garmin che segna 442 chilometri e 3.500 metri di dislivello. Non male come bottino, ma sarà abbastanza? Sento che bisogna mettere del fieno in cascina, per la notte, per le prossime giornate, per evitare di stremarsi come in alcuni racconti ho sentito accadere.
Loudeac arriva. È impressionante la quantità di bici stipate sul piazzale del luogo di controllo/ristoro. Cerco di piazzare la mia in una zona riconoscibile ma ho i sensi un po’ alterati e quindi le distanze sembrano ampliarsi e restringersi in quell’enorme crocevia. In primo luogo entro al controllo e passo il chip, il tempo compare anche sul sito ufficiale. Lancio pure un messaggio su social che non coglie impreparati gli amici pronti a sostenermi dandomi tanta tanta forza che neanche loro si possono immaginare. Alcuni ciclisti sono assistiti da accompagnatori che li seguono lungo il percorso; qualcuno ha approfittato del bag drop, la possibilità di lasciare un bagaglio e ritrovarlo lungo la via. Ci sono code ovunque qui, in momento di massima affluenza si arriva anche a 1.400 persone in contemporanea ferme. Affronto la coda più breve, quella per la doccia, ottimo investimento di tempo. Poi mi lancio nella coda per il cibo, una bella reintegrazione a compensare la gran quantità di calorie spese. Infine mi infilo nella coda per il dormitorio, la più lunga, che mi richiede una mezz’ora. All’ingresso della palestra dei volontari mi registrano e mi chiedono a che ora desidero essere svegliato. Sono ormai le undici meno un quarto e un’attendente fraintende il mio douze et demi, dodici e mezza, con un deux et demi, due e mezzo. La correggo con senso del dovere, conscio che dovremo lasciare il gran quartiere generale non più tardi della una. Mi accompagnano alla brandina lasciandomi una trapuntina sintetica, nel bel mezzo di uno stuolo di rumori.

 



Non faccio in tempo a decidere come gestire il contatto con le stecche della branda da campo che già un volontario mi scuote a orario raggiunto. Mi sento gratificato da quel mini-sonno e neanche troppo rimbambito. Uscendo sul piazzale metto tutto quello che ho per ripartire nella notte. Spero di aver incamerato cibo e riposo a sufficienza per proseguire indenne.
“Brest ici, Paris là bas!” avvisano i volontari all’uscita del gran parcheggio, smistando i ciclisti verso la direzione giusta. Alla prima salita mi assesto col vestiario fin troppo eccessivo. Conosco Rico, simpatico cinese dall’inglese stantio, che cerca compagni per il tratto successivo avendo più o meno il controllo coincidente con il nostro. Dopo essere uscito dal paese incrociando pochi ciclisti, sulle successive e ripetute rampe mi trovo diversi gruppi. Fatico a seguire il cinese, più magro e facilitato sul ripido, poi lo recupero dove la pendenza diminuisce. Lo sento urlare sulle discese per scacciare il freddo a cui non è abituato, pur essendo ben vestito. Le rampe si succedono e in una successiva conosco un altro inglese che è stato a Padova per un paio d’anni e che vuole tornare a esercitare l’italiano. È la notte, con la sua magia e la sua intimità che avvicina persone perfettamente sconosciute fino a poco prima. Verso le 3 di mattina passa un treno, quello degli statunitensi, che non si può perdere. Viaggiano regolari, trenta all’ora, dribblano i gruppetti nella notte, non esagerano sugli strappi, a lungo guidati dallo stesso in testa al gruppo, insomma quanto di meglio si possa desiderare per filare diritto verso Carhaix. E per bucare la nebbia, quella enorme umidità che ci avvolge in una bolla surreale fino alle nove, con la notte che sembra prolungarsi e la mattina che tarda a iniziare a causa di quella cappa. L’arrivo al controllo segreto ci fa scendere dal treno. Lì le carte si rimescolano, come a tutti i passaggi, salvo mantenere la mia e quella di Steve vicine nel mazzo.
A Carhaix si arriva che sono quasi le sei. Lasciamo le bici in un prato per ritrovarle all’uscita madide di rugiada. Dopo il controllo, ci riaccodiamo per la colazione e un’altra bella fetta di tempo se ne va. Il riposo ce lo concediamo sui guadagnati tavoli del plesso scolastico allestito a ristoro, dato che fuori rimanere fermi equivarrebbe a farsi una doccia, e pure fredda, nonostante non piova. Procedo nell’umido sapendo che “a’ nuttata è passata” e il sole deve presentarsi all’appello quanto prima. Brest è a tiro, prossima stazione di controllo a 88 km, per poi iniziare il ritorno, si spera glorioso. Nel mezzo è previsto il passaggio al Roc’h Trezevel, il punto più alto della corsa a 350 metri di altezza. La mattina sta finalmente arrivando, le nebbie si dissolvono. Il sole ci riapre alla vista gli splendidi declivi bretoni e, ad un tratto, ci permette di ritornare finalmente in tenuta corta da bici per godere della massima traspirazione. Sulle salite verso l’antenna del Roc’h mi sento in splendida forma e spingo tirando questa volta un gruppetto di varie nazionalità verso la cima. La ricetta funziona, il metabolismo va bene, le dosi di cibo e di sonno sono adeguate allo sforzo da compiere con piacere senza subire ma divertendosi.
Un lungo discesone ci conduce a Sizun, una bella cittadina a una quarantina di chilometri dall’oceano. Oceano che avrei voluto vedere dalla cima del Roc’h ma mi rendo conto di essere in basso per poter scrutare a 50 chilometri con la foschia mattutina. Anche qui la visita al supermercato locale è un must e si esce con tramezzini e yoghurt. Facciamo conoscenza con un anziano bretone che sprizza fierezza da ogni poro. Ci parla della sua terra, così antica geologicamente, con l’amore di chi non ha bisogno di andare altrove per trovare la felicità. All’edicola compare la notizia di un decesso durante la corsa nel giorno precedente, un anziano ciclista locale dal buon passo colto da infarto a pochi chilometri dal passaggio vicino a casa verso l’ottocentesimo chilometro. La morte e la vita si incrociano in questo concentrato di esistenza.
E’ quasi mezzogiorno quando siamo in prossimità di Brest. Passiamo sul ponte strallato dell’Iroise e ci concediamo una sosta per documentare quel momento clou del giro.

 



Qui l’oceano Atlantico rientra di una decina di chilometri e la costa forma una grande ansa. All’inizio della baia il faro, vero simbolo della città, ammonisce i naviganti su come entrare in questo pericoloso tratto sottocosta dalla grande biodiversità. Il percorso ci conduce praticamente in riva all’oceano a sentirne il profumo di salsedine. La città è tutta un saliscendi, a volte ripido, sia per arrivare al liceo Vauban, che ospita il controllo, che per uscirne. Il sole scalda la giornata, pur essendo in luoghi tendenzialmente freschi e ventosi. Un timbro a Brest sancisce già il superamento dei nostri limiti di percorrenza. Da qui in poi è tutto una galassia da scoprire. Il tempo in tasca, ossia il margine di vantaggio rispetto al limite massimo per il controllo, si è assottigliato. Non sono calate le forze, anche quelle mentali, e questo è più importante. Manteniamo la calma, ci alimentiamo e riposiamo ad ogni controllo per affrontare in spinta il tratto successivo.
Ritorniamo a Sizun dove svaligiamo di nuovo il supermercato con le commesse ormai abituate a spese smodate. Sul lato opposto della strada vediamo qualche ciclista ancora diretto a Brest, qualcuno nel gruppo degli scommettitori da 84 ore partiti al lunedì mattina, altri condannati al fuori tempo che continuano la loro battaglia a prescindere dalle possibilità di completare il brevetto. Incrocio Pier Paolo, Mario e Carlo, a volte neanche il tempo di focalizzare che già sono oltre la distanza per chiamarli. Ai controlli ho visto Matteo a Mortagne, Stefano di Milano, Tullio e Giuliana a Loudeac. Il tempo di un saluto rapido, rinfrancante e via con quell’istantanea in testa di amici tesi all’obiettivo comune e ognuno al suo destino. In questo tratto sento di avere il vento in poppa e infatti salgo a velocità anomala rispetto alla pendenza affrontata, non può essere frutto di quell’unica barretta che consumo. Inizio a credere che il sogno si possa avverare. In questo tratto, come in una gif, rivedo una donna brizzolata che avevo superato in altre occasioni e che fa della leggerezza e della costanza la sua forza. Risalgo al Roc’h e mi sento come spinto da una vibrazione positiva. Puro piacere del pedalare. Mi concedo pure una sosta ad un camper dove mi offrono da degustare un sidro bretone, anche se le gambe accusano subito il colpo.
Il ritorno a Carhaix vola e questa volta vedo meglio quelle bandiere di benvenuto in tutte le lingue che troneggiano fuori dalla scuola al posto-tappa. Non mi posso tuttavia sedere sugli allori anche se continuare ad adocchiare quelle frecce color arancione “Paris” induce a rilassarsi; ho già esperienza del percorso e ricordo bene quel tratto ‘vivace’ che ci riporterà a Loudeac. Bisogna attrezzarsi ed incamerare calorie adeguate allo sforzo che quella notte così delicata ci richiederà. E così tra Carhaix e Saint Nicolas du Pelem, controllo segreto all’andata, faccio il pieno. Trovo su questo tratto anche il controllo a sorpresa del ritorno ma lo passo senza soffermarmi granché. Stefano riparte di gran slancio ed io tento di risalire i gruppetti di ciclisti nella notte nel tentativo di riprenderlo. Sento parlare di più, a differenza delle prime notti quando vigeva il silenzio, forse per mantenersi maggiormente svegli. La notte culla il nostro sforzo, ogni tanto ci si alza sui pedali su tratti erti. A volte noto la presenza di luci a bordo strada o nei campi pieni di umidità, il sonno coglie alcuni nei posti più impensabili. Non fa in tempo a finirmi la carica della batteria della luce anteriore che una moto del controllo mi affianca e me lo ricorda, per fortuna senza penalizzarmi. Dopo aver ritrovato sul percorso lo stesso ristoro casalingo dell’andata con una simpatica famigliola, giungo a Loudeac nel pieno della notte. C’è un po’ meno caos che all’andata. Giusto il tempo per cibarsi, scambiare due parole con un tranquillo olandese e fare un riposino al tavolo del ristorante, dove ogni angolo è stipato di persone che si ricaricano. La ripartenza è ‘impegnativa’ verso le tre e, uscendo dal paese, sbaglio strada ad una rotonda per poi accorgermene subito. E’ l’unico momento in cui non vedo ciclisti e proseguo per un paio di chilometri in isolamento, giusto il tempo di attendere il treno degli statunitensi che con precisione ‘svizzera’ passa. Mi aggrego e scambio qualche parola con Vernon, dal Colorado, che mi invita alle randonnées nelle sue zone. Il gruppo ci dà dentro e fatico a mantenere la loro ruota quando la strada si impenna per poi darci dentro col passo sui tratti in piano per riprenderli. All’ennesima salitella abbandono il gruppo, forse in debito di cibo. Mi fermo ad un paese e, mentre sto bevendo qualcosa nel bel mezzo della notte fuori da un bagno pubblico, assisto divertito ad un atletico salto da sopra la porta di un ciclista rimasto bloccato all’interno. Proseguendo nella notte ho il piacere di vedere stelle cadenti che mi guidano ad esprimere un desiderio che si sta pian piano avverando.
Giunge il mattino e con esso anche il controllo di Tinteniac. È buffa la scena quando mi presento al registro per annotare l’orario di passaggio e il benevol, vedendomi in tenuta quasi da montagna, mi chiede a più riprese se sono io il ciclista. Gli devo mostrare i tacchetti e il fondello presente sotto i pantaloni lunghi per chiarire l’equivoco. Riprendo le energie spese per tenere un ritmo più sostenuto e decido che oltre alla colazione mangerò anche un primo, nonostante avessi già dato in abbondanza al ristoro precedente. Anche la buona abitudine di bere un litro e mezzo di acqua minerale ad ogni controllo mi aiuta a reintegrare lo sforzo fisico. Riposino postprandiale e ripresa delle danze in direzione Fougères. La giornata è forse la più soleggiata tra quelle trascorse fin qui. E’ l’unico momento in cui sento che le côtes di questa corsa sono veramente tante. Su una di esse noto un capannello di due tre ciclisti intenti a soccorrerne un altro steso a terra con massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca. Finisce tutto bene, per fortuna, ma la scena non è di quelle più simpatiche. Lo sforzo è notevole e il rischio di non ascoltare a dovere il proprio corpo è tangibile.
A Fougères pregusto il finale e decido di cambiare la salopette con una nuova e più fresca tutina dopo una doccia ristoratrice. Voglio arrivare a Parigi facendo i 300 chilometri finali col massimo confort. E invece nel corso del pomeriggio mi accorgo che il nuovo indumento mi strozza e ritorno al controllo successivo a rimettere la consunta (e consueta) compagna di tanti viaggi in giro per il mondo. Lungo la via mi imbatto frequentemente in persone che mi tengono alto il morale con i loro “Bravo! Bon Courage! Vive l’Italie!” Nel pomeriggio arrivo a Tannière, ad un famoso banchetto di volontari che offre delle mitiche crêpes in cambio di cartoline al ritorno a casa.
Poco prima di ritornare a Villaines La Juhel trovo un vivace banchetto con un cartello “Vous avez deja fait 1001 km”. Quale modo migliore per immortalare quel momento mitico se non festeggiare a Pernod?

 



Lascio la simpatica combriccola salutando e promettendo di rivedersi di lì a quattro anni, all’edizione successiva. Cinque o sei chilometri e arrivo al posto di controllo che sono le sette e mezzo di sera. Ai numerosissimi ciclisti si aggiunge la folla della festa del paese che acclama il passaggio. La cena alla mensa in palestra è nel bel mezzo di un potente rumore di sottofondo, piacevole per un verso, disturbante per un altro. Riposo una mezz’oretta su una panchina vicino a una coppia di ucraini che hanno il mio stesso piano. Sono le nove quando riparto per affrontare l’ultima notte: può succedere di tutto, è la notte più delicata anche dal punto di vista mentale, c’è il traguardo in vista a “soli” 200 chilometri, più di 1000 ormai alle spalle, e la testa tende inevitabilmente a rilassarsi. L’enigma che avvolgeva la condizione fisica lungo il tragitto di ritorno è quasi sciolto, non c’è stato il temuto crollo, ma bisogna tener duro ancora.
In questo tratto conosco tre simpatici londinesi, Jim, Matt e Nick. Si parla, ci si alterna a tirare, i chilometri così scorrono più piacevolmente. Mi fermo con loro a più riprese a ristori familiari dall’accoglienza speciale per gustare tè e dolci, giocandomi parte del tempo accumulato sulla tabella di marcia per arrivare entro le 90 ore. A Mortagne al controllo ufficiale ci carichiamo con una simpatica gag per combattere le ore che ci condurranno al mattino.

 



Nel tratto successivo il percorso porta in una zona diversa da quella dell’andata, con molti saliscendi e passaggi in mezzo a foreste con pochissimo traffico. Nel bailamme delle luci perdo i britannici e proseguo assorto tra la veglia e il sonno. Viaggio verso il centro della strada, sfruttando la totale assenza di auto, per evitare che uno sbandamento mi faccia finire a bordo strada. Passa l’immancabile treno degli statunitensi ma questa volta preferisco proseguire di mio passo tenendo duro verso l’ultimo controllo di Dreux a 60 km dalla fine. Gli occhi faticano a stare aperti, il bosco e la notte aggiungono un elemento onirico a questo tratto che scorre lento nella speranza di rivedere le luci di una città. Al sopraggiungere del chiaro inizio a rivedere qualche villetta e qui decido ad un crocevia di concedermi un breve riposo appoggiato ad un muretto insieme a una decina di altri occasionali compagni di viaggio. Sento un muoversi di corpi, quasi a dire “guarda che noi ripartiamo”, e mi rimetto in moto anch’io. Di lì a poco sopraggiunge un po’ di pioggia leggera che ci accompagna fino alla palestra di Dreux. Ritrovo Stefano e incrocio piacevolmente anche l’amico Roberto di Udine, visibilmente sollevato per il traguardo quasi raggiunto. Qui faccio una colazione non troppo esagerata e mi ributto in strada sotto quella leggera pioggerellina che sembra scendere per dovere d’ufficio, non potendo mancare a una Paris Brest. Sottoscriverei questo tempo cento volte ancora, potessi farlo. Il tratto successivo ci riporta lungo il percorso d’andata, tra paesi dalle case grigie, maneggi nella tranquilla campagna parigina con cavalli e pecore che pascolano tranquilli nei campi . L’energia è ancora tanta e qui si moltiplica alla vista del traguardo. E ne serve per affrontare gli infiniti saliscendi, compreso un tratto di 500 metri al 15% che saggia le forze residue dei partecipanti. Rivedo come in un film nella mia testa ciclisti di ogni sorta: quelli molto anziani che fanno della costanza la loro forza, quelli che vedi pedalare tutti storti su un lato quasi cadessero, quelli giganti e quelli con una gamba sola o senza un braccio, quelli senza gambe, e alla fine capisco che altri fanno imprese ben più grandi della mia.
Gli ultimi 20 chilometri cesso di nutrirmi, dopo aver mangiato quantità disumane di cibo. Vado quasi per inerzia, cesso di spingere forte ormai senza l’incertezza di non arrivare nei tempi, quasi volendo inconsapevolmente gustarmi il finale senza fretta, sicuro ormai di avercela fatta. Arrivo quasi a sfinirmi anche se basterebbe una di quelle tre barrette che ho conservato di scorta per rilanciare forte. Mi voglio rendere conto del numero che ho compiuto, vorrei che quel momento durasse più a lungo, che non finisse di lì a pochi chilometri. E’ una gioia indescrivibile che pervade l’animo e che mi porta alla commozione. Quando percorro quel grande parco che conduce al velodromo all’arrivo e mi immetto nelle transenne finali, suona per l’ultima volta il chip. Appoggio la bici nel parcheggio antistante il velodromo e vado ad affrontare la lunga coda a piedi per il controllo finale all’interno dello stadio e la consegna del carnet.
Sono già un reduce, orfano della sua battaglia. Ritorno alla bici e la trovo bucata, un metro dopo il traguardo. Non sono l’unico ad aver bucato in quel tratto sterrato all’arrivo. Dentro il velodromo sono in piena sintonia con l’aria di festa. Mentre sto mangiando conosco Andrej di Karkol che mi invita in Ucraina anche se teme per quei luoghi al confine con la Russia dal futuro incerto. Incrocio amici che hanno concluso e altri che hanno dovuto lasciare. Fatico a rivedere come in un film la corsa in 24 fotogrammi al minuto, l’adrenalina è ancora tantissima ma i ricordi e le emozioni sono aggrovigliati dentro di me nell’attesa di essere dipanati.

 



L’umiltà è stata la mia forza, determinante è stato il rispetto per quella prova così grande da farmi mantenere il timore fino alla fine di non farcela. Spero in futuro di poterne disporre sempre, non è mai abbastanza.
Ringrazio tutti coloro, prima durante e dopo la corsa, che in tanti modi mi hanno aiutato e a cui ho pensato.
Dedicato a Izia Cupillard
Lorenzo Dalle Ave

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